Il Primo Maggio

Voglio fare solo alcune considerazioni su questa giornata, la festa del lavoro, e voglio individuare ciò che va e ciò che non va nell’analisi di questa giornata. Scherzavo, ciò che va è impossibile da dire, visto che non va bene proprio nulla. Non voglio sembrare retorico, mettermi in bocca parole facili, portare insomma avanti un populismo ridicolo, ma quanta gente non ha lavoro? Quanta gente invece ce l’ha, ma è precaria, oppure guadagna poco, o lavora in condizioni poco sicure, o non è contenta del proprio lavoro? E, infine, la parola “lavoro” è vista veramente in maniera positiva oggi come oggi in Italia? Basta domande, ma non aspettatevi risposte. Mi limito a dire che il lavoro è un valore, è ciò che crea l’ordine, consiste nella nostra vita, ci dà dignità, genera soddisfazione dopo che si è portato a termine qualcosa, alle volte ci fa dimenticare gli affanni della nostra vita di ogni giorno, ci fa conoscere persone, ci permette di contribuire alla felicità della nostra esistenza e a quella degli altri. Ma è possibile dunque che qualcosa del genere in Italia e in tantissimi altri Paesi non accada? Che lavorare sia visto come un obbligo spiacevole nel migliore dei casi, e nel peggiore un qualcosa di inarrivabile (parlo per chi, purtroppo, è disoccupato) dal quale dipende la propria salute? E’ una vergogna che si sia giunti a umiliare così tanto le persone, e con esse il loro nocciolo vitale, il lavoro, e allora forse più che concerti (per carità, spesso fatti bene), si dovrebbe scendere in piazza, si dovrebbe pensare a una società in cui tutti abbiano diritto a un lavoro stabile e dignitoso, che corrisponda alle esigenze di ogni singolo individuo, e che gli faccia veramente apprezzare la sua vita.

Il ruolo della tecnologia nella vita di ogni giorno

La tecnologia ha cambiato completamente il modo di essere delle persone, specie dei giovani. E’ incredibile vedere ad esempio la differenza nella vita di tutti i giorni che portavo avanti io rispetto a quella di un ragazzino di circa 14 anni di oggi. Da un lato egli è molto meglio informato di quanto non lo potesse essere un quattordicenne comune quattro anni fa: egli ha accesso più veloce alla notizie, addirittura spesso le visualizza pur non volendo (si pensi alla bacheca di facebook, basta mettere mi piace a un giornale anche online, prendiamo ad esempio Repubblica o fanpage e compariranno post su post che recitano i titoli degli articoli leggibili sul sito). Dall’altro lato però egli le filtra meno bene, poiché non legge spesso l’intero articolo (e questo capita ormai di frequente anche a me) né confronta varie fonti in maniera approfondita. Insomma, una volta, se si voleva sapere qualcosa in particolare, si era costretti a fare più ricerca e a approfondire necessariamente, quasi si era invogliati a capire meglio l’evento. Insomma, forse i ragazzi erano informati in maniera più critica (ma è possibile mettere in dubbio anche questo), ma erano pochi, pochissimi in confronto ad oggi. Ma ciò può dirsi un bene? Aumentano i falsi allarmi, i titoli ambigui, i passaparola di informazioni magari sbagliate, ma quasi tutti sanno ormai cosa sta accadendo ad esempio in medio Oriente, sanno che a Roma ci sono le elezioni e più o meno conoscono anche i candidati. E tuttavia questo mare di informazioni fa diminuire anche la voglia di discuterne, di chiedere a qualcuno per saperne di più e di fare ricerca. Siamo ormai passivi di fronte alle novità, che ci vengono sparate addosso in quantità impressionanti. E’ molto difficile valutare questo fenomeno, né voglio farlo ora, la mia intenzione è solamente di ragionarci un attimo su, di prendersi una pausa da questa vita così frenetica e, dopo aver fatto un grande respiro dire “ma cosa sta succedendo?”. Passando a un altro aspetto della questione ho notato, e non ci voleva poi tanto, che grazie a facebook conosco molte, ma veramente molte più persone di quante non ne conoscessi prima, e quindi in base a ciò che pubblicano su facebook ho quasi un quadro della loro vita quotidiana, di come sono, di chi frequentano, di cosa amano e di cosa invece non gradiscono. Ma le conosco davvero? In fondo non ci parlo, non li vedo che di rado, non seguo le loro azioni. Fa veramente bene questo contatto con un universo così grande di persone con le quali tuttavia non interagisco? Ormai purtroppo sta diventando una pratica comune anche con alcuni miei cari amici: tra scuola, politica, sport ecc alcuni li vedo sempre meno, ma quasi non ne sento la mancanza perché con una frequenza di ogni giorno mi ci mando messaggi, anche vocali. Però mi capita alle volte di mettere in standby il telefono e di rendermi conto che sono solo nella mia stanza, e per altro devo finire di studiare.

Da qualcosa bisognerà pur cominciare

Bene, dopo aver sistemato la grafica del blog (sudando sette camicie), mi accingo a dedicarmici per quanto riguarda i contenuti. Voglio scrivervi di tutto, dai film, i libri e le poesie, ma soprattutto voglio trattarvi di politica. Vorrei che essa fosse per una volta qualcosa di veramente interessante, che non si debba gridare per farsi avanti né urlare stereotipi come ormai spesso si fa. Il titolo, è vero, l’ho preso dallo storico giornale di Peppino Impastato, ma esso mi rappresenta in toto. In primis perché l’idea è proprio il nucleo del blog, e con essa il ragionamento, e socialista è per via delle mie convinzioni politiche, ossia ispirate ai valori comunisti e socialisti nella storia italiana e mondiale, senza però che questi miei articoli debbano per forza essere valutati in base alle idee politiche dell’autore e non in base a ciò che veramente esprimano. Ebbene, diamo inizio a questo progetto.

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Nasce L’Idea socialista

Apro il blog con questa splendida frase di Antonio Gramsci:

“Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è lacapacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienzadi sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri (…) Cosicché essere colto, essere filosofo lo può chiunque voglia.”